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Rete Semi Rurali: un network per una nuova agricoltura - eHabitat

Rete Semi Rurali: un network per una nuova agricoltura

Siamo stati alla Casa dell’Agrobioversità per capire quali sono pratiche e obiettivi della Rete Semi Rurali che conserva, coltiva e sviluppa la biodiversità agricola

Qualche giorno dopo l’inaugurazione dello scorso 6 aprile, noi di eHabitat siamo stati alla Casa dell’Agrobiodiversità di Scandicci (Fi), la nuova sede fisica della Rete Semi Rurali che dal 2007 coordina  35 gruppi di agricoltori, spesso biologici o comunque non legati alla filiera agro-industriale, che cercano di riappropriarsi del futuro delle sementi, prendendo atto del fatto che quelle attualmente disponibili sul mercato non soddisfano le loro esigenze.

I semi sono una delle risorse più preziose dell’agricoltura poiché da essi dipendono la trasmissione della vita di piante e animali e la loro stessa produttività in termini di quantità, qualità e durata nel tempo. Come vengono prodotti i semi (quali sistemi di ricerca producono le nuove varietà), come sono commercializzati (secondo quale tipo di legislazione sementiera), quali varietà di semi vengono adottate e quali abbandonate, sembrano essere questioni lontane dalla nostra quotidianità, ma in realtà hanno conseguenze non solo su ciò che finisce nei nostri piatti, ma sull’ambiente in cui viviamo e sull’organizzazione dei rapporti sociali nelle aree rurali.

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Per capire meglio di che cosa si occupa Rete Semi Rurali abbiamo incontrato il direttore tecnico Riccardo Bocci: “La nostra associazione è nata nel 2007 dopo circa 6 anni di lavoro per creare un network delle associazioni italiane impegnate nella difesa della biodiversità dei semi. Attualmente la nostra rete raggruppa 35 associazioni in tutta Italia. La nostra è un’idea di conservazione dinamica dei semi, con un affrancamento da quella che è la retorica dominante dei grani antichi. Il nostro obiettivo non è la difesa di una nicchia di mercato, ma lo scardinamento del modello agricolo imperante. In tal senso la nostra associazione si colloca agli antipodi rispetto alla visione ‘museale’ di Slow Food”.

Secondo Bocci esiste un mercato che sfrutta il bisogno sociale di prodotti agricoli tradizionali, ma questa produzione è riservata a una élite: “Quello che vogliamo fare noi è mostrare le contraddizioni del sistema agricolo dominante e raccontare, al contrario, la complessità dell’agricoltura”.

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Riccardo Bocci è il direttore tecnico di Rete Semi Rurali

I sistemi di produzione dei semi si possono ricondurre a due principali categorie: 1) i sistemi locali, informali o tradizionali caratteristici dei Paesi del Sud del mondo; 2) i sistemi formali o convenzionali presenti soprattutto nei paesi industrializzati. Essi sono il risultato di due modelli di sviluppo agricolo divergenti: quello tradizionale e quello industriale.

Le teorie dello sviluppo agricolo finora hanno promosso il modello lineare, considerando gli agricoltori come semplici acquirenti di semi. Questo modello ha dimostrato tutti i suoi limiti e viene oggi rimesso in discussione.

Nella tabella di Rete Semi Rurali le differenze fra la linearità dell'agricoltura moderna e la circolarità dell'agricoltura tradizionale
Nella tabella di Rete Semi Rurali le differenze fra la linearità dell’agricoltura moderna e la circolarità dell’agricoltura tradizionale

Il passaggio dalle coltivazioni tradizionali alle coltivazioni industriali viene efficacemente esemplificato da Bocci con quanto è avvenuto per il frumento: “In passato il grano aveva uno stelo di 1 metro e 20 che consumava energia per innalzarsi e vincere naturalmente la competizione con le erbacce. Con l’agricoltura industriale sono stati scelti grani più bassi, in modo da concentrare l’energia nella produzione dei chicchi. A questo punto, però, si è reso necessario l’utilizzo di erbicidi. I grani tradizionali avevano radici più basse e riuscivano ad arrivare ai nutrienti presenti in profondità, le coltivazioni di oggi hanno radici meno penetranti e richiedono dunque l’ausilio dei concimi chimici. Infine ci sono le spighe: quelle larghe e areate del passato evitavano l’insorgenza di funghi, oggi che i chicchi sono più compatti bisogna intervenire con i fungicidi. In tutti e tre i casi, dunque, si è dovuto fare ricorso alla chimica”.

Spiega Bocci che “l’industrializzazione dell’agricoltura ha prodotto un’agricoltura basata su di un’uniformità che va bene per la distribuzione, per la proprietà intellettuale e per la meccanizzazione”.  Fra le conseguenze di questo paradigma vi sono programmi di ricerca che si basano sui risultati ottenuti in terreni di pianura e che ci danno informazioni utili solamente per chi pratica l’agricoltura convenzionale: “Non piove? Irrigo. C’è qualche problema? Concimo. Se, per esempio, provo a riprodurre gli stessi processi della Pianura Padana sugli Appennini mi accorgo che, con il mutare delle condizioni, le scelte che funzionano nella sperimentazione non hanno buon esito sul campo”.

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La Rete Semi Rurali tenta di spezzare questa egemonia proponendo una ricerca che sia, al tempo stesso, partecipata e decentralizzata. Sono le aree marginali, quelle non ancora colonizzate dall’agricoltura intensiva, gli spazi ideali per provare a cambiare i paradigmi delle coltivazioni.

Frumento duro, riso, mais, avena, orzo, girasole e pomodoro, nelle loro molteplici varietà, sono le sementi sulle quali lavora attualmente lo staff della Rete Semi Rurali: “Raccolta, distribuzione e statistiche partecipate ci permettono di proporre un’alternativa critica al paradigma scientifico dominante” continua Bocci.

Un momento dell'inaugurazione della Casa dell'Agrobiodiversità di Scandicci (Fi)
Un momento dell’inaugurazione della Casa dell’Agrobiodiversità di Scandicci (Fi)

Tre sono gli aspetti fondamentali di questo approccio critico: 1) quello tecnico sottolinea come le caratteristiche di distinzione, uniformità e stabilità e il concetto di valore agronomico siano incompatibili con le varietà adatte a un’agricoltura non industriale, 2) quello politico-giuridico ragiona su quale sistema legislativo possa riavvicinare gli agricoltori alle sementi e su quali regimi di proprietà intellettuale possano essere collegati alle sementi per favorire il loro sviluppo da parte degli agricoltori; 3) quello scientifico rivendica la centralità degli agricoltori e dei loro saperi all’interno della ricerca agricola. Un lavoro prezioso per il futuro di un mondo che al giro di boa del XXI secolo dovrà sfamare 10 miliardi di persone.

Chi volesse saperne di più può consultare il sito della Rete Semi Rurali.

[Foto e Infografica Rete Semi Rurali]

Davide Mazzocco

Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Materia Rinnovabile, La Revue Dessinée, La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow News, Slow Food. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop”, "Cronofagia" e "Geomanzia", "Prime" e "Riconquistare il tempo".

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