Yorgos Lanthimos dopo il Leone d’Oro nel 2023 per Povere Creature! torna in concorso a Venezia82 con Bugonia fra api, alieni e complotti.
Il remake è da sempre una questione spinosa. È una tecnica che nel cinema si usa da sempre, sia per mano dello stesso regista che per autori diversi. Non utilizzando (salvo rari casi) il medesimo copione, chi ci mette mano cerca di aggiornare la versione alla sensibilità del suo tempo e in linea con la propria visione. È un’operazione che può riuscire o meno. Può restare una sterile operazione commerciale, quanto qualcosa di più profondo e intelligente.
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Soprattutto quando nel film vengono date ulteriori chiavi di lettura a quelle per il quale è stato concepito. In particolare, se il remake proviene da una cultura differente da quella di origine. Uno degli esempi più lampanti degli ultimi anni è senz’altro The Departed – Il bene e il male (2006) di Martin Scorsese che reinventa il noir di Hong Kong Infernal Affairs (2002) di Andrew Lau & Alan Mak. Il soggetto è un canovaccio per raccontare la fatalità del mondo criminale come metafora della vita, tematica a Scorsese molto cara e sempre attuale.

Attuale è la distruzione degli habitat e della biodiversità, o i complotti di vario genere. Save the Green Planet! (2003) di Joon-Hwan Jang, parla proprio di questo. Nella Corea del Sud dei primi anni duemila, una coppia di giovani sequestra il CEO di una importante azienda chimica. Sono convinti che si tratti di un alieno proveniente da Andromeda. Il rapimento è fatto in vista di una eclissi nella quale gli alieni si dovrebbero riunire per pianificare la distruzione della Terra.
Quello che è partita come una commedia nera, pian piano si trasforma in un thriller sempre più cupo e profondo. Il rapitore e la sua vittima sono all’interno di un gioco del gatto e del topo in cui viene messa più volte in discussione il concetto di identità. Le motivazioni che muovono le loro idee e azioni sono più complesse di quello che sembra. Divengono un pretesto. Si va sempre più a fondo come il seminterrato/prigione, divenendo specchio dell’inconscio e del fallimento generazionale. Si rinuncia o ci si rifiuta di prendere delle posizioni nette e plausibili.

Tutto è un pretesto e l’insieme crea un mondo infetto e marcescente dal quale, però, è possibile una nuova speranza emergente. Come la “bugonia” del mito greco, poi ripresa da Virgilio nelle Georgiche (31 a.C.). La nascita delle api da una carcassa di un bue (la bugonia, per l’appunto) per generazione spontanea è un ciclo di rinascita. È simbolo della vita che si rigenera dalla morte e dalla decomposizione. Applicato alla società rappresentata il modello ideale di civiltà che rigenera se stessa, allontanandosi dalle pulsioni e quindi più libera.
A riportare la filosofia del poema latino con il canovaccio di Save the Green Planet! ci ha pensato il regista greco, Yorgos Lanthimos (Kinds of Kindness, 2024). Egli analizza questo principio nel suo ultimo film, Bugonia, presentato in Concorso alla 82° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia e distribuito in sala a partire dal 23 ottobre con Universal Pictures. Il suo riadattamento è ambientato nella società americana. Nell’immaginario collettivo è considerata la migliore del mondo, esattamente come quella romana per Virgilio.
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Si inizia con immagini di api che impollinano i fiori e il loro ronzio è il solo suono che sentiamo. Poi arriva una voce: «Tutto ha inizio con qualcosa di magnifico: un fiore, poi un’ape, le operaie raccolgono il polline per la regina. Le api però stanno morendo, è stato piannificato cosi: per farci fare la fine delle api».

La voce è quella di Teddy (Jesse Plemons), un apicoltore che si dedica a questa attività con il cugino Don. Ted ha le idee molto chiare: il mondo è dominato dai poteri forti. I poteri forti sono degli alieni che hanno intenzione di asservire la razza umana. Oggetto del suo odio, la personificazione di questa schiavitù è Michelle Fuller (Emma Stone), amministratrice delegata di una importante azienda farmaceutica. La classica donna in carriera con una rigida routine nella sua villetta hi-tech in un elegante quartiere residenziale: lavoro, yoga e personal trainer.
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Ted e Don fanno, parallelamente, un training fisico e mentale per liberarsi dall’intrusivo dubbio. In questo pensiero il sesso non è previsto rendendo “necessaria” la castrazione chimica. Un sacrificio che deve essere compiuto in nome di un modo migliore, un passato dove tutto era più semplice. La Fuller è la parte per il tutto. Lei è inequivocabilmente un’aliena. Rapendola, i due cugini sono convinti che la Terra può essere salvata ricattando la sua “razza”. In modo che le api possano tornare.

Lanthimos, torna a Venezia dopo il Leone d’Oro con Povere Creature! (2023) restringendo gli spazi. Le sue inquadrature grandangolari sono applicate agli esterni della campagna e agli spazi chiusi. I suoi protagonisti sono schiacciati ulteriormente nel senso di oppressione in cui si muovono. Uomini e donne il cui corpo viene modificato radicalmente: Emma Stone da manager stereotipata viene spogliata dei suoi attributi, dai capelli agli abiti. Una trasformazione per mano dei suoi rapitori che, rasandola e cospargendola di crema, la rendono fisicamente il loro presunto nemico.
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Un corpo cambia ma non la sua interiorità. I numerosi primi piani insinuano il dubbio e smontano anche Ted. Diviene sempre più isterico e le motivazioni, in apparenza lucide e inattaccabili, diventano sempre più fragili. La parola, la loro arma, viene rigirata contro. Smontando e ricostruendo il corpo in maniera più autentica, di conseguenza. Così emergere quello che forse noi spettatori già sappiamo. Ovvero che il cambiamento vero è in un gesto estremo. E non è quello che ci si aspetta.
