Guillermo del Toro dopo il Leone d’Oro per La forma dell’acqua torna in concorso a Venezia82 con una nuova versione di Frankenstein.
La wunderkamer è un termine che sta ad indicare un ambiente in cui i collezionisti erano soliti raccogliere oggetti straordinari. Essi erano accumulati per essere conservati e per essere esibiti e rappresentano il sintomo di una passione per il collezionismo che affonda le sue radici a partire dal Settecento. L’accumulo serviva ad assecondare la fame di conoscenza enciclopedica dell’Illuminismo.
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Chi lo visitava seguiva un percorso completamente soggettivo e immersivo. Era un percorso che comprendeva libri, stampe, foglie essiccate, quadri, cammei, filigrane o reperti archeologici. Ma non solo: alcuni pezzi erano costituiti dai cosiddetti naturalia ossia forme particolari create dalla natura oppure gli artificialia, le forme create dall’uomo.
Tutti assieme venivano ribattezzati mirabilia, in quanto era questo il sentimento primario che dovevano creare: meraviglia, mistero ed orrore. Le pareti di queste stanze erano rivestite di scansie contenenti anche reperti anatomici come feti e animali deformi oppure di mostruosità create ad arte come fantomatiche sirene o arpie realizzate con parti animali mummificate.

Il desiderio di conoscere si univa al gusto del grottesco, del bizzarro e freak. Una parodia del vivente, di mostruoso e repellente di cui non si è mai sazi e siamo dipendenti. Ammiriamo i mostri ma devono essere lontani, o nascosti. Il mostro o freak vivente (quello dei circhi di una volta) non esiste fuori dal suo recinto. Le creature sono una incarnazione del nostro inconscio dal quale è impossibile liberarsi anche se si va oltre i confini del mondo.
Guillermo del Toro (Leone d’Oro 2017 per La forma dell’acqua – The Shape of Water), assieme a Tim Burton e a molti altri hanno preso questi mostri e li hanno riportati alla ribalta. Il loro scopo non è inorridire il pubblico, ma incantarli e identificarli. Se in Tim Burton è un corpo estraneo di una società ridicolmente incasellata, in del Toro il discorso è diverso. La carne differente, la mostruosità viene mostrata in un mondo che risulta incredibilmente simile al nostro, se non addirittura peggiore. La loro diversità è tramite di fantasia e liberazione da parte di chi ne entra a contatto. Si muovono in una atmosfera storica (dalla Spagna Franchista alla Grande Depressione) in cui l’umano è abbruttito. La sua esistenza stessa diventa una normale mostruosità. I mostri escono dalla propria wunderkamer, dal proprio circo per imporsi come un qualcosa di incredibilmente più umano dell’umano.
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Il desiderio di del Toro di indagare negli anfratti di una umanità così bipolare è espresso nella sua stessa casa che può essere considerata una wunderkamer contemporanea. Oppure, usando un altro termine, un Cabinet of Curiosities come il titolo della sua omonima serie Netflix (2022) nel quale egli stesso, al principio di ogni episodio, si presenta al pubblico esprimendo luminosamente il proprio immaginario.

Nel suo Cabinet, quello vero, troneggiano delle riproduzioni di creature e dei creatori di mostruosità più amati. Come Howard Philips Lovecraft (1890 – 1937) di cui per tanti anni aveva lavorato a una trasposizione del suo romanzo Alle Montagne della Follia (1936). Oppure di Frankenstein nella versione incarnata da Boris Karloff nel film omonimo del 1931 di James Whale. Quest’ultimo, visto a sette anni è stata la scintilla e peccato originale da cui è nato tutto. «Questa è una cosa sovrannaturale, e questo sono io. Io sono così.» ha dichiarato del Toro «Ecco perché mi sento così fuori posto».
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Il mostro creato da Mary Shelley nel 1818 è un essere cosciente senza nome o identità. In quanto un insieme di cadaveri, molti e nessuno. Il grado zero di una interiorità nato da una scienza che arriva a rifiutare o a distruggere la loro creazione.
Questo è anche lo spirito che ha alimentato del Toro nel realizzare il suo Pinocchio (2022) in stop-motion in cui reinventa il personaggio di Carlo Collodi (1826 – 1890). Il burattino si interroga sulla sua identità: non comprende l’amore per un crocifisso di legno mentre lui, anch’esso legno no. Allo stesso modo è la convinzione che muove la Creatura nella trasposizione da Mary Shelley con Frankenstein presentato in concorso alla 82° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. La prima avvenuta il 30 agosto è stata accolta con un applauso di tredici minuti. Dopo la presentazione verrà distribuito in sale selezionate il 17 ottobre e il 7 novembre su Netflix.

Da Mary Shelley e non di Mary Shelley in quanto il romanzo viene modificato ma è rispettoso e fedele nelle intenzioni e nella purezza del racconto. Un racconto che è una storia di padri prima di ogni altra cosa. Victor Frankenstein (Oscar Isaac) ha un nome maledetto dato dal padre, il più l’autorevole e autoritario medico del suo tempo. Che però non è stato in grado di salvare la madre durante il parto di suo fratello.
Da qui il trauma, il desiderio da parte di Victor di piegare la Natura ai suoi voleri e ridare la vita che continui a rigenerarsi in eterno. I suoi studi e la sua scalata al mondo accademico lo portano ad essere temuto in quanto sta sfidando le leggi divine come Prometeo del mito greco o a Lucifero del poema Il Paradiso Perduto (1667) di John Milton. Il fuoco di Victor è un fuoco divino in quanto sogna ogni notte un arcangelo circondato dalle fiamme che gli porge la mano.
La sua creatura rinata è una specie di Cristo, mentre Victor una parodia di Padreterno con la testa dietro fittizie aureole. La Creatura (Jacob Elordi) è diafana e perfetta. La sua prima parola è il nome del suo creatore. E quel nome diviene per entrambi una condanna. Per la Creatura è fonte di una rabbia che suo “padre” non è mai riuscito ad esprimere e per questo spaventato.
Da qui si comprende perché del Toro abbandonò la lavorazione de Le Montagne della Follia dopo l’uscita di Prometheus (2012) di Ridley Scott. Ci si interrogava in modo molto simile sull’origine dell’uomo e della vita sulla Terra stessa. Il corpo di Jacob Elordi è una figura imponente, come gli Ingegneri del film di Scott. Ha le movenze di un gigante biblico una voce cavernosa e primordiale. Possiede tuttavia il candore di un angelo caduto con un cuore spezzato. Un cuore che «eppur spezzato, vivrà» parafrasando Lord Byron. La sua esistenza ci ricorda che i mostri veri siamo noi.

