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Due ettari di terra - A Venezia Classici arrivano i contadini di Bollywood
6 Settembre 2025

Due ettari di terra – A Venezia Classici arrivano i contadini di Bollywood

Do Bigha Zamin (Due Ettari di Terra), film indiano del 1953 proiettato alla Biennale Cinema di Venezia 2025, un classico del cinema di Bollywood restaurato in 4K e mostrato nella sezione Venezia Classici

Cos’è il cinema Neorealista? Un cinema di ricostruzione, dopo la distruzione della guerra che, con un colpo di mano, ha cancellato tutto o quasi quello che c’era prima. Si espande il desiderio di rimettersi in piedi e ricominciare. Tutti si reinventato e tutti sentono la necessità di raccontare storie. Ma non quelle di posti lontani, di intrighi brillanti e dialoghi leziosi girati in studio. Tutto artificioso e sognante come i telefoni bianchi del cinema di Regime. Lontani anche loro dal tempo e dallo spazio, soprattutto dai telefoni di malachite nera fissati alle pareti delle case. La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato delle ferite che non si possono rimarginare. Quello che serve, in questo momento, è raccontare il passato prossimo e il presente per poter dare uno sguardo sul futuro.

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Registi come Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica sentono in maniera impellente questa necessità. Per farlo decidono di rimodellare il cinema italiano allontanandosi dall’intrattenimento per diventare un mezzo per ricordare. Le macerie e le distruzioni della guerra si riflettono anche sulle persone, che hanno bisogno di ricominciare. Sotto queste premesse nasce il cinema Neorealista.

Questo cinema produce film che non cercano il facile guadagno. Il pubblico, al contrario li fugge in nome dell’adagio: «I panni sporchi si lavano a casa propria». Ma il mondo li ama. Grazie all’apprezzamento per Vittorio De Sica (1901 – 1974) e ai suoi Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948) che l’Academy ha ideato nel 1948 quello che poi sarebbe diventato l’Oscar al Miglior Film Internazionale. Tanto era il desiderio di valorizzare questi prodotti.

Bimal Roy
Il regista di Due ettari di terra Bimal Roy.

Sciucià o Ladri di biciclette sono la storia di una collettività che viene poi metaforizzata in uno. Nel protagonista o nei protagonisti delle sue storie, De Sica racconta le vicissitudini di molti altri fuori dello schermo. Gente che ha bisogno di reinventarsi. Dove l’oggetto, anche quello più semplice, diventa vitale. Non c’è lavoro che non possa essere fatto.

Il cinema Neorealista è stato il ponte di lancio verso nuove cinematografie internazionali che lo hanno preso come modello. L’India all’indomani dell’indipendenza nel 1947 è un paese in cui le distinzioni sociali sono ancora più marcate che altrove. Le grandi città si riempiono ma le campagne si stanno spopolando. I latifondisti sono sostituiti dagli imprenditori altrettanto senza scrupoli. Il regista di Bollywood (una delle principali industrie cinematografiche del subcontinente) Bimal Roy (1909 – 1966), vede in un cinema Ladri di biciclette. Ne rimane profondamente colpito, tanto basta da fargli decidere che il suo successivo film debba ricalcarlo.

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Cambia Roma a Calcutta (ora Kolkata) come scenario, passare da un attacchino a un contadino che si ricicla come guidatore di risciò come proprio eroe. Il soggetto deriva dal racconto Rickshawalla di Salil Chowshury (1925 – 1995). Da qui arriva il film Do Bigha Zamin – Due ettari di terra del 1953 presentato il 4 settembre alla 82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venezia Classici.

Due ettari di terra film
I protagonisti di Due ettari di terra in una immagine del film.

Un nuovo tassello di riscoperta del cinema indiano classico che la Mostra del Cinema porta avanti da alcuni anni da I giocatori di scacchi di Satyajit Ray (1977) nel 2022 e Ghatashradda – Il rituale di Girish Kasaravalli (1977) nel 2024.  Il restauro di Do Bigha Zamin è stato curato dalla Critérion Film, dal Film Heritage Foundation, dalla Janus film e dalla Cineteca di Bologna. Un classico del cinema di Bollywood restaurato in 4K. Restauro che ha avuto la sua anteprima ufficiale.

I due ettari di terra sono quelli di Shambu (Balraj Sahni) e della sua famiglia. Sono dei contadini che vivono in una terra secca e arida. I titoli di testa scorrono su un terreno screpolato e arido. Gli alberi sono secchi. La carestia incalza da due anni. Finalmente arriva la pioggia. I contadini la accolgono con canti e balli. In questo momento il dramma viene sostituito dal musical in perfetto stile Bollywoodiano. I numeri musicali torneranno ancora nel corso del film per sottolineare momenti salienti di questo dramma.

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Perché di un dramma si tratta. La pioggia, per Shambu e per gli altri è simbolo di una rinascita per la terra, tutta la loro ricchezza e il loro retaggio. Ma lui è indebitato con il latifondista di quel terreno Harnam Singh. Questi è deciso di venderlo per poterci costruire una fabbrica. L’unico ostacolo sono proprio i due ettari di Shambu, che non vuole vendere. È un uomo semplice e facile al raggiro. Quindi, gonfiando i conti Harnam decuplica il debito di Shambu e gli impone di restituirlo in tre mesi, altrimenti metterà all’asta il terreno.

Due ettari di terra
Shambu (Balraj Sahni, a sinistra) con Nirupa Roy in una scena di Due ettari di terra.

Shambu è disperato. Suo zio, gli suggerisce di andate in città, Calcutta: lì i soldi cadono dal cielo. L’uomo si convince e decide di partire, lasciando la moglie, il vecchio padre e il figlioletto Kanhaiya. Proprio nel rapporto con quest’ultimo (che deciderà di seguire il padre) si vede l’influenza del capolavoro di De Sica. Il loro peregrinare per le strade di Calcutta, il loro legame è la sola speranza per un mondo. In un mondo dove il denaro compra tutto, dall’aria che si respira al sangue per salvare una vita.

La città è un budello caotico. Dalla terra secca si passa all’asfalto rovente delle strade che bruciano i piedi. Le corse di Shambu sono la corsa per salvare quel piccolo frammento di terra, il suo angolo di paradiso dove il tempo si è fermato. Un Eden del quale non gli rimarrebbe nemmeno un pugno di polvere. Le ciminiere si ergono dove prima c’erano cucine, famiglie e calore. C’è chi la prende con filosofia in quanto la casa è diventata il mondo e chi si allontana verso un futuro incerto e, si spera, migliore. Ciò può avvenire solo cambiando la gente.

Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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