Tsundoku, l’arte giapponese di accumulare libri non letti, nasconde un costo ambientale. Ecco come leggere in modo più sostenibile
Esiste una parola giapponese affascinante e allo stesso tempo paradossale che negli ultimi anni ha incuriosito lettori in tutto il mondo: tsundoku. Il termine nasce dall’unione di tsunde (“accatastare”), oku (“lasciare lì per un po’”) e doku (“leggere”). Insieme, descrivono l’abitudine, o il vizio, di comprare libri per poi lasciarli accumulare, non letti, sugli scaffali.
A prima vista, il tsundoku sembra un vezzo innocuo, persino un segno di raffinatezza culturale. Quelle pile di romanzi, saggi e raccolte di poesie racchiudono la promessa di mondi ancora da esplorare. Eppure, dietro il fascino delle librerie strabordanti, si nasconde una domanda raramente posta: quale impatto ambientale ha questa abitudine?
L’industria editoriale globale è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Ogni anno vengono pubblicati circa 2,2 milioni di nuovi titoli nel mondo, con un ritmo che alimenta una cultura del consumo senza fine. La produzione di un singolo libro richiede in media oltre 3 kg di legno e circa 30 litri d’acqua per ogni chilogrammo di carta, senza contare gli inchiostri, l’energia e i trasporti su scala globale. Quando quei volumi restano intonsi, le risorse ambientali investite nella loro produzione finiscono sprecate.
Questo, naturalmente, non significa che leggere sia un gesto insostenibile. Anzi: i libri restano strumenti insostituibili di educazione, empatia e crescita culturale. Il problema risiede piuttosto nell’overproduction editoriale, spesso guidata da logiche commerciali, e nella tendenza consumistica ad acquistare molto più di quanto possiamo davvero leggere. Il tsundoku può apparire poetico, ma moltiplicato per milioni di case riflette un fenomeno sistemico di spreco.
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Esistono però alternative più sostenibili per coltivare la passione per la lettura senza alimentare ulteriormente l’impatto ambientale. Comprare libri usati significa allungare il ciclo di vita di un volume e ridurre la domanda di nuove stampe.
Iniziative di comunità come il book sharing o le piccole biblioteche di quartiere trasformano la lettura in un gesto sociale e circolare.
Alcune case editrici sperimentano già la stampa on demand o su carta riciclata certificata, riducendo al minimo le tirature inutilizzate.
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E per chi non ha problemi con i formati digitali, gli e-book rappresentano un’opzione leggera ed ecologica, che elimina del tutto il consumo di carta e inchiostro.
Lo spirito del tsundoku è comprensibile. Non per quanto riguarda l’accumulo di pile polverose, quanto nell’attesa e nel desiderio di nuove storie, orientandosi però verso pratiche più rispettose del pianeta. Perché i libri più preziosi non sono quelli dimenticati in uno scaffale, ma quelli che vengono letti, condivisi e custoditi.
[Foto di Tom Hermans su Unsplash]
