Il caso Bettolle evidenzia il problema del consumo di suolo in Toscana, l’Isde chiede la revisione del progetto per rispettare gli obiettivi europei e nazionali
Nell’area di Bettolle – sita nel Comune di Sinalunga in provincia di Siena – ovvero in un territorio estremamente delicato e già ricco di infrastrutture che rientra a pieno titolo nel Registro nazionale dei paesaggi rurali, il Piano strutturale intercomunale dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese prevede la realizzazione di un imponente polo logistico esteso su quasi 50 ettari.
Un vero e proprio schiaffo alla vocazione di questa preziosa area, che ha nel buon vivere, nel valore paesaggistico, nell’agricoltura di qualità e nel turismo sostenibile i suoi punti di forza.
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La contrarietà al progetto
In opposizione a questo rischioso progetto è già sorto un comitato civico, ribattezzato Comitato NO Polo Logistico Bettolle, mentre altre organizzazioni ambientaliste e di tutela del paesaggio hanno espresso la loro forte contrarietà. Tra queste vi è Isde Toscana, l’associazione medici per l’ambiente che di recente ha presentato un documento tecnico-scientifico sul consumo di suolo in Toscana, con un focus proprio sul progetto di nuovo insediamento produttivo-logistico previsto a Bettolle.
Il consumo di suolo in Italia resta un’urgenza ambientale ed economica, cosa serve per risolverla
“Il caso di Bettolle, collocato in un territorio già fortemente infrastrutturato e fragile dal punto di vista idrogeologico, rappresenta in modo emblematico un modello di sviluppo ormai insostenibile. L’ulteriore impermeabilizzazione di un’area vulnerabile alle alluvioni, il sacrificio di suolo agricolo nonostante la disponibilità di capannoni e aree dismesse, l’aumento del traffico e dell’inquinamento atmosferico con conseguenti effetti sulla salute dei cittadini e l’incoerenza rispetto agli indirizzi europei e regionali delineano una scelta in aperta contraddizione con la Strategia europea per il Suolo 2030 e con la normativa regionale toscana”, il commento di Isde Toscana.
Parla di grande scempio e di schizofrenia delle politiche urbanistiche locali pure Italia Nostra, che ricorda come l’iscrizione del Paesaggio storico della “Bonifica Leopoldina in Valdichiana” al Registro nazionale dei paesaggi rurali, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali – voluta dal Ministero delle Politiche Agricole nel 2020 – raccomandi di limitare progetti di espansione urbanistica caratterizzati da scarsa qualità e non inseriti nel contesto storico-architettonico locale.
Italia Nostra fa pure presente che la stessa candidatura di alcuni Comuni della Valdichiana a Capitale italiana della cultura 2026, seppur non andata a buon fine, indicava quali valori principali di questo territorio proprio l’ecosistema culturale, la varietà del profilo paesaggistico, nonché la preservazione di un alto tasso di biodiversità culturale e di un ambiente/territorio ancora portatore di benessere per le comunità che lo abitano.
“Entrambe le iniziative, in teoria, dovrebbero presupporre la consapevolezza da parte degli amministratori locali di quanto le forme del paesaggio rurale, caratterizzate da una alta permanenza di assetti tradizionali, ricoprano un valore identitario per le comunità locali e connotino ancora in maniera univoca il territorio della valle; sempre in teoria, dovrebbero stare a dimostrare quanto gli stessi abbiano colto l’importanza di orientare lo sviluppo su di un modello imperniato sui valori endogeni del territorio, siano questi storici, ambientali e paesaggistici”, ribatte Italia Nostra.
Perfino la Regione Toscana, che ha competenza nella pianificazione territoriale, in alcune osservazioni ha espresso forti perplessità su questo progetto, sostenendo sia che tale intervento non risulta contestualizzato nella strategia di area vasta e non ha scenari di crescita economia che ne giustifichino la necessità, sia l’importanza delle sistemazioni agrarie tipiche della bonifica della Valdichiana, che hanno una valenza paesaggistica e identitaria tale da far ritenere inappropriata l’apertura di un nuovo fronte urbanizzato verso il canale della Chiana.
Il consumo di suolo
Il suolo è una risorsa non rinnovabile ma preziosissima, che svolge servizi essenziali quali la regolazione idrica, il mantenimento della fertilità e della biodiversità e lo stoccaggio di carbonio. “La trasformazione dei suoli agricoli e naturali in suoli urbani è alla base di una molteplicità di crisi ambientali che frenano la transizione ecologica: riduzione della produzione di cibo (e conseguente riduzione della sovranità alimentare, con conseguente perdita di occupazione); minaccia alla biodiversità (il 30% della biodiversità della Terra è nei primi 30 cm di suolo); alterazione dei bilanci idrologici (con conseguenti aumenti della spesa pubblica); riduzione dello stoccaggio di carbonio potenzialmente veicolabile in atmosfera sotto forma di gas climalterante etc.”, sottolinea Isde Toscana nel suo documento.
Se da una parte l’aumento degli spazi verdi è stato associato ad innumerevoli benefici per la salute (quali il minor rischio di mortalità cardiovascolare), dall’altra la crescita dell’edificabilità dei terreni intorno alle abitazioni comporta una maggiore incidenza dei fattori di rischio cardiometabolico: il mantenimento dei suoli in salute presenta dunque notevoli vantaggi pure dal punto di vista sanitario.
Non cambia la musica neanche se mettiamo mano ai conti. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sprona ormai da anni i vari governi a porre attenzione sull’impatto del consumo di nuovo suolo sulla spesa pubblica. Secondo una stima prudenziale, infatti, il soggetto pubblico dovrebbe investire 40mila euro all’anno per ogni ettaro cementificato, al fine di compensare i servizi ecosistemici interrotti con l’impermeabilizzazione.
Stando all’ultimo rapporto (2024) “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, realizzato dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), il consumo di suolo resta ancora troppo elevato ed avanza al ritmo di circa 20 ettari al giorno, ricoprendo nuovi 75 km². Nel 2023 risultano cementificati più di 21.500 km2, dei quali l’88% su suolo utile. È inoltre stato stimato che la riduzione dell‘effetto spugna, ovvero della capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua e regolare il ciclo idrogeologico, costa oltre 400 milioni di euro all’anno al nostro Paese. La Toscana, che nel solo 2022 ha perso altri 350 ettari di suolo naturale – soprattutto in aree periurbane e agricole di pregio – ha consumato già oltre 141mila ettari di suolo, pari a circa il 6% del territorio regionale.
“La questione è particolarmente incomprensibile in un contesto storico come quello attuale dove la crescita demografica è decisamente bassa da decenni e gli immobili disponibili e da recuperare, sia per abitazione che per attività produttive/commerciali, potrebbero bastare per i prossimi anni senza alcun consumo di suolo”, ribatte Isde Toscana.
Il polo di Bettolle e le richieste di Isde
Nel suo documento Isde Toscana sottolinea le principali criticità dell’area di Bettolle, già collocata in un territorio denso di infrastrutture, stretto tra la superstrada Siena-Perugia, l’autostrada A1 e la viabilità ordinaria. Tra queste rientrano: l’elevata fragilità idrogeologica (si tratta infatti di un territorio interessato da fenomeni di ristagno idrico e vulnerabilità alle alluvioni); l’incoerenza urbanistica (perché consumare nuovo suolo per finalità produttive-logistiche quando esistono aree dismesse e capannoni vuoti nei paraggi?); l’impatto ambientale e sanitario (aumento del traffico veicolare, inquinamento, rumore e frammentazione ecologica, con connessi danni alla salute) ed infine il netto contrasto con le normative europee e regionali, basti pensare alla Strategia Ue per il suolo 2030 ed alla legge regionale toscana (65/2014), che invitano a ridurre e compensare il consumo di suolo.
Per Isde Toscana il progetto di polo logistico a Bettolle rappresenta un modello insostenibile, poiché “la costruzione di nuove superfici produttive o commerciali in zone già sature contrasta con i principi di rigenerazione urbana e di no net land take”. Esperienze simili in Toscana ed altre regioni dimostrerebbero inoltre che i benefici economici di tali interventi risultano modesti e temporanei, al contrario dei costi ambientali e sanitari, elevati e permanenti. Senza trascurare il fatto che la perdita di suolo agricolo compromette il paesaggio e la sicurezza alimentare. “Continuare a ignorare la prevenzione e la protezione civile equivale a comportarsi come ‘soldatini di piombo’ di fronte a una crisi climatica che già oggi produce eventi estremi devastanti, anche in Toscana”, ribatte Isde.
Alla luce di queste considerazioni, la sezione Toscana dell’associazione medici per l’ambiente chiede con forza alle istituzioni competenti di: modificare il progetto Bettolle, favorendo in alternativa il recupero di aree dismesse già presenti sul territorio; adottare un obiettivo vincolante di consumo netto di suolo pari a zero, in linea con gli impegni europei; sostenere la rigenerazione urbana e periurbana, tramite ad esempio incentivi al riuso, alla de-impermeabilizzazione e alla rinaturalizzazione autoctona; valutare sistematicamente l’impatto sanitario di ogni nuova grande trasformazione urbanistica ed infine promuovere una cultura della prevenzione, in coerenza con i principi di protezione civile e salute pubblica.
Agricoltura rigenerativa contro il rilascio di carbonio dal suolo
“La tutela del suolo è una priorità di sanità pubblica, sicurezza civile e giustizia intergenerazionale. Il caso Bettolle non è un episodio isolato, ma il simbolo di un modello che deve essere superato. ISDE Toscana ribadisce che non è più tempo di nuove cementificazioni, bensì di rigenerazione, resilienza e salute” .
[Credits foto: LigaDue Wikimedia]
