Come se non ci fosse un domani di Riccardo Cremona e Matteo Keffer racconta le azioni degli attivisti di Ultima Generazione
“Vorrei prendermi cura delle persone e in questo momento vuol dire disturbarle” dice, all’inizio di Come se non ci fosse un domani, Chloé Bertini, uno dei volti del documentario diretto da Riccardo Cremona e Matteo Keffer e prodotto da Paolo e Ottavia Virzì e Marco Belardi. Il cuore di questo film, presentato in anteprima all’ultima Festa del Cinema di Milano e inserito nel programma del Clorofilla Film Festival 2025, sono proprio le azioni di disturbo che gli attivisti di Ultima Generazione hanno inscenato per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sugli impatti sempre più devastanti della crisi climatica.

Il minimo comun denominatore delle storie di Simone Ficicchia, Beatrice Pepe, Chloé Bertini, Michele Giuli e Tommaso Juhasz ‘TJ’ è la determinazione nel voler subordinare i propri percorsi formativi e professionali a una lotta tesa verso il bene comune. Le scene dei blocchi del traffico su statali e autostrade, gli imbrattamenti della Fontana di Trevi e della Venere di Botticelli sono intervallate dal racconto delle motivazioni che spingono i cinque protagonisti all’azione.

Ma nel documentario di Cremona e Keffer trovano spazio anche le immagini delle alluvioni di Campi di Bisenzio, della siccità in Sicilia e della tromba d’aria abbattutasi su Lido di Jesolo, tre eventi avvenuti nel 2023, anno in cui l’Italia ha contato 378 eventi estremi.
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I danni causati dalle alluvioni avvenute in Emilia Romagna e in Toscana nel corso del 2023 sono stati stimati in 11 milioni di euro. Nonostante l’impatto economico e le perdite umane, l’attivismo non violento di Ultima Generazione subisce sia la censura politica della quasi totalità dell’arco costituzionale, sia le violenze fisiche e verbali della cittadinanza. Le immagini delle auto che forzano i blocchi stradali mettendo a rischio l’incolumità dei manifestanti, così come i trascinamenti effettuati dalle forze dell’ordine sono la dolorosa evidenza di istanze sempre più inascoltate.
Uno dei momenti centrali del film è il dialogo di Beatrice Pepe con il padre, uno scambio in cui le ragioni altruistiche dell’attivista confliggono con quelle familistiche del genitore che vede il futuro professionale della figlia in pericolo. Come se non ci fosse un domani mostra da una parte la saldezza valoriale dei suoi protagonisti, dall’altra la solitudine della loro lotta, inascoltata dalle istituzioni, dai loro concittadini, quando non dai loro stessi familiari.
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Al gesto simbolico di imbrattarsi di fango le scarpe prima di entrare in tribunale come imputati, gli attivisti di Ultima Generazione affiancano le azioni di solidarietà a favore delle vittime delle alluvioni del 2023. Ci mettono il corpo: facendo resistenza, prendendosi i colpi della polizia, ma anche spalando fango, ammucchiando detriti, pulendo i pavimenti e i muri delle abitazioni travolte dalle piene. Forma e sostanza, dunque.

Come se non ci fosse un domani è anche un’opera sul lato paternalistico del potere, sul baratro morale di una classe dirigente sorda agli appelli della scienza e totalmente incapace di rapportarsi al dissenso. Nell’epilogo del film, infatti, la repressione delle proteste di Ultima Generazione smette di essere una questione di ordine pubblico che si esaurisce con l’estromissione da strade, piazze e musei e diventa materia da dibattere nei Tribunali. Ad alcuni degli attivisti di Ultima Generazione viene imposto l’obbligo di dimora che impone di scegliere un Comune dal quale non è possibile spostarsi. Intanto, in Italia, gli eventi estremi continuano, facendo vittime e ben più danni materiali di un po’ di vernice lavabile su un vetro o su un monumento.
[Immagini da Come se non ci fosse un domani]
