Uno studio scientifico ha indagato il potenziale del dente di leone come cura contro il cancro, ma servono ancora prove cliniche sull’uomo
Nel 2024 in Italia ci sono state 390.000 nuove diagnosi di tumore, ma i rapporti dell’ultimo anno evidenziano dati positivi: dal 2006 al 2021, nei giovani la mortalità per cancro è diminuita del 21,4% nelle donne e del 28% negli uomini.
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Questi miglioramenti sono dovuti alla prevenzione, all’adesione ai programmi di screening e a terapie sempre più efficaci. In tutto il mondo, infatti, équipe di ricerca si impegnano alla ricerca e progettazione di nuovi farmaci e terapie.
In questo contesto, cresce l’interesse per possibili cure alternative, come quella basata sull’estratto di radice di dente di leone, spesso citato sui social come potenziale cura per il cancro. Ma qual è la verità scientifica dietro queste affermazioni?
Cura miracolosa? La verità dietro i post virali sul dente di leone
Queste affermazioni si basano su una ricerca pubblicata nel 2016 da Oncotarget, una rivista open access, sottoposta a revisione paritaria e focalizzata principalmente sull’oncologia. La ricerca è stata svolta dal dipartimento di chimica e biochimica dell’Università di Windsor e il dipartimento di biologia dell’Università di Ottawa, entrambe in Canada, insieme all’Instituto de Ecologìa A.C. in Messico. Dimostra gli effetti anti-cancro dell’estratto di radice di dente di leone (DRE), attraverso esperimenti svolti in-vitro (cioè in provetta) e in-vivo su modelli di xenotrapianto murino (cioè topi trapiantati con cellule di cancro alla prostata umano).
Lo studio afferma che l’estratto induce l’apoptosi, cioè una forma di morte cellulare programmata, che regola il numero di cellule nel nostro organismo. Nelle cellule tumorali, questo meccanismo può essere compromesso, permettendone la diffusione.
L’estratto viene testato su cellule cancerogene del colon rettale, dove il DRE induce l’apoptosi nel >95% delle cellule cancerogene in 48 ore di trattamento. Inoltre, viene evidenziato come vengano attaccate solo le cellule maligne, mentre quelle sane rimangano illese.
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I composti dell’estratto di dente di leone
Analisi fitochimiche (cioè lo studio della struttura chimica dei principi attivi delle piante) sul DRE hanno mostrato una composizione di fitochimici bioattivi come α-amirina, β-amirina, lupeolo e taraxasterolo.
Queste sostanze si sono rivelate antitumorali anche in altri studi: una ricerca pubblicata su Science Direct nel 2021, dimostra come l’ α-amirina possa essere promettente come cura contro la leucemia. Nello stesso database troviamo una ricerca del 2024, secondo cui il lupeolo riduce significativamente il volume e il peso del tumore. L’associazione di questa sostanza con altri agenti chemioterapici sembra promettente per il potenziamento degli effetti antitumorali. Su Nature, nel 2022, viene pubblicata una ricerca che dimostra come il taraxasterolo ha indotto l’effetto antitumorale nei topi affetti da carcinoma epatocellulare regolando i linfociti T.
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Nessuna prova clinica sull’essere umano
Tuttavia, ad oggi, non ci sono studi clinici conclusivi che suggeriscano che il DRE possa curare il cancro negli esseri umani. Siyaram Padney, professore di chimica e biochimica e coautore dello studio, è stato intervistato da USA Today al riguardo, dopo che post che citavano il suo studio erano diventati virali sui social. Questi post, inoltre, si basavano anche sulla testimonianza di del 2012 su CBC di uomo di 72 anni la cui leucemia aggressiva è entrata in remissione dopo aver bevuto la tisana di radice di dente di leone.
Il professore Padney, però, informa che sebbene la ricerca in corso sull’esame DRE sia incoraggiante, sono assolutamente necessari studi clinici per stabilire sia l’efficacia che la sicurezza negli esseri umani. Ha raccomandato ai pazienti di consultare prima il proprio medico prima di decidere di aggiungere il DRE al loro regime terapeutico.
È importante distinguere tra risultati preliminari e trattamenti approvati, evitando di affidarsi a notizie sensazionalistiche prive di fondamento clinico. La ricerca prosegue e i segnali sono promettenti, ma finché non saranno condotti studi clinici rigorosi, la prudenza e il confronto con il medico restano fondamentali.
[Foto di Viridi Green su Unsplash]
