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La pesca a strascico riduce la biodiversità nel Mediterraneo - eHabitat
25 Settembre 2025

La pesca a strascico riduce la biodiversità nel Mediterraneo

pesca a strascico

La pesca a strascico incide significativamente sulla biodiversità delle comunità di organismi marini che vivono nei fondali del Mediterraneo, lo rivela uno studio

La varietà di specie marine dei fondali del Mar Mediterraneo è fortemente ridotta dalla pesca a strascico e da alcune variabili oceaonografiche: a rivelarlo è uno studio realizzato dall’Istituto nazionale di oceaonografia e di geofisica sperimentale (Ogs) in collaborazione con l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra), che è stato pubblicato sulla rivista “Scientific reports”.

Biodiversità marina e pesca

Lo studio ribadisce che la biodiversità marina è un fattore basilare per la stabilità dell’ecosistema, l’interconnessione tra le specie e la complessità evolutiva. “Gli ecosistemi con un’elevata biodiversità sono generalmente più forti e più resilienti ai cambiamenti di regime rispetto a quelli con meno specie. Una maggiore biodiversità aumenta la capacità di un ecosistema di assorbire i disturbi e riorganizzarsi, mantenendo al contempo funzioni e servizi essenziali”, scrivono gli autori dello studio.

La biodiversità marina si rivela fondamentale per la produzione di ossigeno, lo stoccaggio del carbonio ed il contrasto ai cambiamenti climatici, ma molte specie marine sono chiamate a fronteggiare un sempre maggior numero di minacce dovute all’impatto umano, quali la perdita di habitat, il sovrafruttamento,  l’inquinamento, gli effetti del cambiamento climatico e la diffusione di specie invasive.

Valutare il ruolo dell’impatto umano e dei fattori ambientali nel determinare gli effetti spaziali e temporali sulla biodiversità è un compito essenziale per l’approccio di gestione basato sugli ecosistemi (EBM) che consente di comprendere i complessi modelli e processi dell’ecosistema e potenzialmente di proteggere il maggior numero di specie che sono contemporaneamente sottoposte a molteplici minacce”, si legge nello studio. Una maggiore comprensione di questa complessità rappresenta dunque un passo importante verso una valutazione integrata dell’ecosistema.

Lo studio pone il suo focus sulla pesca intensiva, che è considerata uno dei fattori di disturbo più preoccupanti sugli ecosistemi marini su scale temporali brevi. Quest’ultima, infatti, colpisce le popolazioni ittiche e gli assemblaggi bentonici causando significative variazioni nelle loro dimensioni, nella loro abbondanza e nella loro composizione. “Nelle aree intensamente pescate, soprattutto dove viene praticata la pesca a strascico, la perdita di biomassa predatoria demersale e una grave diminuzione dell’abbondanza di specie longeve determina un rimescolamento dei processi trofici attraverso effetti diretti e indiretti con una conseguente alterazione della biodiversità, chiariscono i ricercatori nell’introduzione dello studio.

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I precedenti lavori sulla biodiversità del Mediterraneo si sono concentrati soprattutto su singoli habitat o comunità locali in prossimità della costa. “Una valutazione basata su un monitoraggio scientifico standardizzato su larga scala temporale e spaziale è stata raramente effettuata a causa delle difficoltà logistiche e dei costi associati alla raccolta di dati a livello di specie. Studiare come molteplici fattori possano influenzare la biodiversità può fornire spunti di riflessione sulla conservazione marina e sulla gestione spaziale e, in particolare, può contribuire all’attuazione della Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino dell’UE (Direttiva 2008/56/CE)”, scrivono gli autori dello studio, sottolineandone l’importanza ed originalità.

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“Nonostante l’importanza della biodiversità, esistono poche valutazioni su larga scala che ne quantifichino le variazioni in relazione all’impatto umano. Studi precedenti sulla biodiversità del Mediterraneo si sono concentrati su habitat costieri e comunità locali, spesso con dati limitati. Questa ricerca invece si concentra su una scala geografia abbastanza ampia e su monitoraggi standardizzati”, ribatte Davide Agnetta, ricercatore della sezione di Oceanografia dell’Ogs e primo autore dell’articolo.

Il metodo 

I ricercatori hanno utilizzato modelli statistici per distinguere l’effetto della pesca da quello delle  variabili ambientali, quali la temperatura, la concentrazione di ossigeno, la profondità ed il tipo di substrato. Per la realizzazione di questi modelli è stato fondamentale il ricorso ai dati relativi ad un programma internazionale di monitoraggio scientifico delle risorse dei fondali nel Mar Mediterraneo – attivo dal 2014 e denominato Mediterranean International Trawl Survey (MEDITS) che sono stati forniti in Open Access  dal Centro di ricerca comune della Commissione europea (Joint Research Centre – JRC).

Tali dati coprono gli anni dal 2014 al 2020 e sono stati utilizzati per calcolare due indici di biodiversità: la diversità alfa (il numero effettivo di specie in una comunità) e la diversità beta (una misura della differenza di specie tra diverse comunità). In seguito sono stati applicati i sopra citati modelli statistici proprio al fine di spiegare le variazioni degli indicatori di biodiversità in funzione delle variabili ambientali e della pressione di pesca.

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Per quanto riguarda la localizzazione, lo studio si è concentrato su tre sottoregioni mediterranee al confine con l’Italia, ovvero il Mar Adriatico (MAD), il Mar Ionio e il Mar Mediterraneo centrale (MIC) ed il Mar Tirreno ed il Mar Mediterraneo occidentale (MWE).

Al fine di valutare gli effetti della pesca a strascico di fondo sulla biodiversità, i ricercatori hanno selezionato due gruppi di catture che presentano una pressione di pesca notevolmente diversa per ciascuna sottoregione, analizzando poi  le differenze negli indici di biodiversità. Il primo gruppo – basso – comprendeva le catture derivate da meno di 10 ore di pesca a strascico durante l’anno (10% del totale); il secondo  – alto – quelle riguardanti pescature a strascico per più di mille ore in un anno (90% del totale).

Gli esiti

“I risultati indicano che variabili ambientali (come la profondità, la temperatura, la concentrazione di ossigeno o il tipo di substrato) e alcune attività di pesca influenzano la biodiversità in modo diverso a seconda dell’area, mentre lo strascico di fondo ha ovunque un effetto negativo sulla biodiversità e, di conseguenza, anche sulle risorse a disposizione per la pesca”, chiarisce l’OGS, sintetizzando gli esiti dello studio.

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Dalle analisi è emerso pure che le specie commerciali importanti (come nasello, pagello, triglia) sono più abbondanti nelle aree meno impattate dallo strascico, che a loro volta presentano valori più elevati di diversità beta, indicando con ciò una maggiore unicità e variabilità nella composizione delle comunità.

Lo studio conferma inoltre una delle conseguenze più note dell’impatto della pesca a strascico di fondo, ovvero quella di ridurre abbondanza e taglia delle specie demersali che vivono a contatto con il fondale marino. In alcune aree con forte pressione di pesca, infatti, risultano più abbondanti pesci pelagici piccoli e cefalopodi, molto probabilmente proprio a causa della riduzione dei predatori.

I ricercatori evidenziano pure che specie sensibili, quali razze e squali, seppur in basse quantità  risultano più frequenti nelle aree meno sfruttate. Si tratta di esiti coerenti con quanto osservato in studi precedenti nel Mare del Nord, dove l’impatto della pesca ha ridotto le popolazioni di specie con ciclo vitale lento, vulnerabili allo sfruttamento. I cambiamenti nella biomassa di specie  vulnerabili possono quindi fornire una misura dell’impatto della pesca.

Questo studio, considerando gli effetti congiunti della pesca e delle variabili ambientali in un contesto geografico ed ecologico ampio, ci permette di fare un ulteriore passo in avanti verso la definizione di strumenti per tutelare la biodiversità e le risorse ittiche del Mediterraneo. In futuro sarà necessario valutare anche lo scenario introdotto dai cambiamenti climatici in corso”, conclude Saša Raicevich, primo ricercatore presso Ispra.

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La ricerca, oltre a rappresentare un contributo importante per la comprensione della vulnerabilità degli ecosistemi marini mediterranei e della loro biodiversità, può costituire dunque anche un prezioso ausilio per lo sviluppo di  strategie di conservazione e gestione delle risorse efficaci, più sostenibili e localmente differenziate, in linea con quanto stabilito dalla già citata Direttiva 2008/56/CE.

[Credits foto: Tabea7 su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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