L’evoluzione del linguaggio riflette i cambiamenti dell’ambiente, si parla sempre più di lavoro (in inglese) e meno di natura
Il nostro linguaggio, il modo in cui parliamo e ci riferiamo alle cose, è il risultato di numerose influenze linguistiche, di invasioni, di contatti culturali e di parole prese in prestito. La lingua nasce innanzitutto come necessità: è il bisogno di descrivere la realtà che ci circonda. A seconda dell’ambiente in cui viviamo, sviluppiamo parole diverse, cercando di rappresentarlo nel modo più preciso possibile.
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Dalla natura alla città, un cambiamento nel nostro vocabolario
Oggi la maggior parte della popolazione vive in città, in zone urbanizzate dove la natura è poco presente. Non vedendo più alberi e prati, ma palazzi e strade, siamo sempre meno esposti al verde e ne parliamo sempre meno.
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Secondo uno studio dell’Università di Derby, che ha analizzato la frequenza delle parole legate alla natura nei testi letterari dall’Ottocento a oggi, l’uso di termini “verdi” è diminuito del 60%. Al contrario, i vocaboli riferiti ad ambienti artificiali non mostrano alcun declino, anzi risultano sempre più comuni.
Le parole italiane che si riferiscono alla natura sono sempre meno presenti nei testi letterari, nelle canzoni e quindi scompaiono anche nel parlato, venendo sostituite da altri vocaboli inerenti stavolta al mondo antropico.
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Un sistema aperto, la lingua cambia continuamente
La lingua, essendo un sistema aperto, cambia continuamente: si appropria di parole straniere e modifica il significato di quelle che già possiede. Negli ultimi anni sono entrati nel nostro lessico molti termini inglesi legati al mondo del lavoro, come smart working, feedback e management, e numerose parole italiane hanno assunto nuovi significati. Un esempio è editare, che in origine significava “stampare”, ma che con l’avvento delle tecnologie digitali viene sempre più usato nel senso di “modificare un video”.
Linguaggio a contatto con l’ambiente, parole che in italiano mancano
Questo fenomeno, in cui le parole “verdi” sono sempre meno utilizzate, non esiste nelle lingue delle popolazioni che vivono a stretto contatto con la natura, in cui troviamo termini ed espressioni che in italiano non esistono. Un esempio famoso riguarda gli Inuit, popolazione autoctona della Groenlandia, che hanno sviluppato più di cinquanta parole per descrivere la neve a seconda della sua consistenza, mentre a noi ne basta una, o al massimo due.
Altri esempi si trovano nella lingua araba, ricchissima di vocaboli per descrivere il deserto, oppure nel wagiman, una lingua aborigena australiana quasi estinta, che possiede un termine specifico per indicare l’azione di camminare nell’acqua cercando qualcosa con i piedi: murr-ma.
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Perdere le parole della natura significa perdere una parte di noi
Il nostro ambiente plasma il nostro modo di vivere e anche il nostro linguaggio. Usare meno parole che descrivono la natura significa perderle, farle diventare obsolete e abbandonare così una parte importante della nostra varietà lessicale e impoverire il nostro rapporto con la natura.
[Foto © Freepick katemangostar]
