7 Dicembre 2025

Genocidio in Sudan, un disastro umanitario e ambientale senza precedenti

genocidio in sudan
Il genocidio in Sudan è anche ambientale: la guerra tra SAF e RSF distrugge foreste, acque e suoli, causando una crisi ecologica.

Il genocidio in Sudan è anche ambientale: la guerra tra SAF e RSF distrugge foreste, acque e suoli, causando una crisi ecologica.

Dal 15 aprile 2023, il Sudan è intrappolato in una guerra brutale tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), due fazioni nate dallo stesso apparato militare che si contendono il potere dopo il fallimento della transizione democratica. Quello che doveva essere un conflitto politico si è rapidamente trasformato in un disastro umanitario: città ridotte in macerie, milioni di sfollati, esecuzioni sommarie, stupri di massa, carestia.

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Secondo l’ONU, più di venti milioni di persone si trovano oggi in condizione di insicurezza alimentare acuta e oltre nove milioni sono state costrette a fuggire dalle proprie case. Gli osservatori internazionali parlano apertamente di genocidio in Sudan, soprattutto nel territorio del Darfur: intere comunità, soprattutto appartenenti all’etnia masalit, sono state sterminate o costrette alla fuga.

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Genocidio in Sudan e distruzione ambientale, infrastrutture e risorse devastate

Ciò che rende questa guerra ancora più devastante è la sua dimensione invisibile, quella che colpisce la terra, l’acqua, l’aria. Il genocidio sudanese non è solo un massacro umano: è anche un lento assassinio ambientale. Come mostra un recente rapporto del Conflict and Environment Observatory (CEOBS, maggio 2025), il conflitto ha provocato una distruzione senza precedenti delle infrastrutture ambientali, un aumento drammatico della deforestazione e un’accelerazione della desertificazione che rischia di compromettere in modo irreversibile gli ecosistemi del Paese.

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Le cause sono molteplici. Con il collasso del sistema energetico, le famiglie si affidano sempre più al legno come unica fonte di combustibile. In Darfur, il prezzo del carbone è quintuplicato dall’inizio della guerra, spingendo migliaia di persone a tagliare alberi, anche secolari, per sopravvivere. In molte zone, soprattutto nello Stato di Al Gezira, intere foreste di acacia, fondamentali per la produzione di gomma arabica (una delle principali risorse economiche del Sudan), sono scomparse. Si stima che solo in quest’area siano stati persi almeno 6000 ettari di vegetazione naturale. La deforestazione, però, non è solo una questione economica: priva il suolo della sua copertura protettiva, lo espone all’erosione e favorisce l’avanzata del deserto, in un Paese che già lotta contro la scarsità idrica e l’innalzamento delle temperature.

Quando l’ambiente diventa strategia di guerra

Il legame tra guerra e ambiente è diretto e spietato. Le infrastrutture industriali e ambientali (raffinerie, centrali elettriche, impianti chimici) sono state bombardate o abbandonate, rilasciando sostanze tossiche nel suolo e nell’acqua.

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La raffineria di Al Jili, a nord di Khartoum, ha bruciato per giorni, diffondendo fumi velenosi e contaminando le acque del Nilo. Almeno 401 impianti industriali nel Paese presentano oggi un rischio ambientale critico. Nella capitale, interi quartieri sono diventati discariche di macerie e residui di metalli pesanti. L’acqua potabile scarseggia e molti fiumi minori sono stati contaminati da scarichi non trattati. Questi danni ambientali non sono incidenti collaterali, ma strumenti del genocidio in Sudan, che mira a distruggere ogni possibilità di vita sostenibile.

A questo si aggiunge il crollo dell’agricoltura. Nel sistema irriguo di Gezira, un tempo tra i più produttivi dell’Africa, il 9% della terra coltivabile è andato perduto a causa dei danni agli impianti e dell’impossibilità di manutenzione. Campi, un tempo fertili, si trasformano in distese aride, e gli agricoltori, fuggiti dalle zone di guerra, lasciano spazio a pascoli abusivi che accelerano la degradazione del suolo. La desertificazione, già avanzata prima del conflitto, oggi procede a un ritmo mai visto, portando con sé la fame e la miseria.

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La guerra colpisce anche la biodiversità. Il Sudan ospitava 23 aree protette, tra savane, foreste di acacia e barriere coralline nel Mar Rosso. Oggi molte di queste zone sono devastate. Nel nord, il crollo della diga di Arba’at  (conseguenza indiretta del conflitto) ha riversato sedimenti contaminati che hanno soffocato parte delle barriere coralline, una delle più intatte del Mar Rosso. Le foreste di acacia sono decimate e il bracconaggio, fuori controllo, minaccia le specie rimaste.

L’articolo “Impact of Sudan war on biodiversity” pubblicato a giugno 2025 da Abdellatif e Abdellah conferma che la distruzione degli habitat naturali compromette la resilienza ecologica del Paese e rende ancora più difficile la ripresa economica e sociale.

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Tutto questo non è solo un effetto collaterale: è una strategia implicita di guerra. Distruggere l’ambiente significa distruggere la possibilità stessa di sopravvivenza delle popolazioni locali. È una forma di genocidio silenzioso, che non lascia corpi per terra ma deserti intorno. La perdita di foreste e suoli fertili priva intere regioni della loro autosufficienza, costringendo milioni di persone a migrare e alimentando un circolo vizioso di violenza e povertà.

Quali prospettive per la ricostruzione e la pace ambientale?

La ricostruzione del Sudan, quando e se arriverà, dovrà dunque guardare oltre gli edifici e le strade. Dovrà includere la terra, le acque, le foreste, la biodiversità. La Sudanese National Academy of Sciences ha proposto la creazione di un osservatorio nazionale per monitorare i danni ambientali del conflitto, ma finora mancano fondi e sostegno internazionale.

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Ricostruire senza un piano ecologico significherebbe perpetuare la distruzione. La pace, in Sudan, non potrà esistere se non sarà anche una pace con la natura. Fermare il genocidio in Sudan significa non solo porre fine alla violenza contro le persone, ma anche avviare un processo di rigenerazione ambientale che restituisca al Paese la possibilità di vivere.

[Foto © Randy Fath Unsplash]

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