Il progetto CAMCA dell’UNEP mira ad aumentare la resilienza di sei specie montane ai cambiamenti climatici che minacciano l’Asia Centrale
Le conseguenze nocive del cambiamento climatico si stanno abbattendo sull’Asia Centrale, mettendo particolarmente a rischio le sei specie montane più rappresentative del territorio. Per la loro tutela è stato ideato il progetto CAMCA (Central Asian Mammals and Climate Adaptation), finanziato dal governo tedesco e guidato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), che insieme a vari partner sta cercando di garantire l’adattamento climatico e la conservazione della biodiversità in tre Paesi dell’Asia centrale, collaborando proficuamente con i loro governi e le comunità coinvolte.
Obiettivi e attività del progetto CAMCA
Il progetto CAMCA fornisce assistenza tecnica, consulenza e competenze per migliorare la comprensione della vulnerabilità ai cambiamenti climatici delle specie simbolo e dei loro habitat. A tal fine sviluppa e sperimenta strumenti e metodi partecipativi per l’adattamento basato sugli ecosistemi (EbA) e la gestione della fauna selvatica informata sui cambiamenti climatici, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità a lungo termine.
Tramite le varie attività svolte, questo importante lavoro di partnership punta a conservare durevolmente gli habitat ed a tutelare le specie rappresentative dell’Asia centrale, mantenendo o aumentando il capitale naturale di questi preziosi ecosistemi. Il progetto CAMCA non trascura inoltre gli interessi delle comunità coinvolte, tramite una gestione rafforzata delle specie selvatiche e dei pascoli all’insegna della sostenibilità e della conoscenza dei cambiamenti climatici, basata proprio sulle comunità al fine di garantire la stabilità dei redditi. I partner locali del progetto guidato dall’UNEP formano i membri delle varie comunità sui mezzi di sussistenza meno vulnerabili ai cambiamenti climatici e più sostenibili, quali l’ecoturismo, l’apicoltura, la produzione di formaggio e la coltivazione di colture in serra, tutte attività che incrementano i redditi locali e contrastano la disoccupazione.
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I Paesi coinvolti nel progetto CAMCA
Sono tre i Paesi coinvolti nel progetto: Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Il primo è caratterizzato da una gran diversità di ecosistemi montani particolarmente minacciati dal cambiamento climatico. “Il conflitto tra uomo e fauna selvatica e il bracconaggio, che possono aumentare la vulnerabilità delle specie ai cambiamenti climatici, rappresentano ulteriori sfide per la fauna selvatica. Vi è inoltre una scarsa consapevolezza e una scarsa partecipazione della società civile alla conservazione della biodiversità”, comunicano gli organizzatori del progetto. Il Kazakistan si è dato la priorità a lungo termine di migliorare il proprio ambiente naturale e, per quanto riguarda il leopardo delle nevi, si è reso promotore di un Piano nazionale di protezione prioritaria del suo ecosistema.
Nel Kirghizistan le specie migratorie degli ecosistemi montani sono in pericolo a causa delle pressioni antropiche (aumento aree e durata dei pascoli, attività estrattive) e dei continui cambiamenti nell’uso del suolo correlati proprio alla crisi climatica. “I cambiamenti climatici stanno anche cambiando radicalmente gli habitat delle specie, con il crescente scioglimento dei ghiacciai. Da quando ha ottenuto l’indipendenza, molte aree protette del Kirghizistan hanno operato con budget, personale e attrezzature ridotti. Negli ultimi anni si sono registrati alcuni miglioramenti nel coinvolgimento delle comunità locali nella gestione delle foreste e dei pascoli e nel promuovere il monitoraggio e la conservazione delle specie nei progetti internazionali”, si legge sul sito del CAMCA, grazie al quale è stato creato un corridoio ecologico di 200 chilometri – presidiato dai ranger – che collega le principali riserve naturali del Paese e consente gli spostamenti delle specie a rischio.
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Infine eccoci al Tagikistan, dove il cambiamento climatico è stato identificato come uno degli ostacoli alle migrazione delle specie ed il bracconaggio intensivo ha causato una forte riduzione delle popolazioni e degli areali di distribuzione degli ungulati di montagna. “Poiché la protezione al di fuori delle aree protette riceve scarsa attenzione, le iniziative di conservazione basate sulla comunità diventano ancora più importanti”, commentano gli organizzatori del progetto.
Tutti e tre i Paesi sono membri della Conferenza internazionale sullo sviluppo sostenibile (ICSD), hanno firmato la Convenzione sulle specie migratorie (CMS) e partecipano all’Iniziativa sui mammiferi dell’Asia centrale (CAMI).
Le specie
Il leopardo delle nevi, ribattezzato il “fantasma della montagna” per le sue incredibili capacità mimetiche, è un felino tendenzialmente solitario che vive sulle montagne dell’altopiano tibetano, dell’Himalaya e di altre catene montuose circostanti.
È classificato come “vulnerabile” nella Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) e la sua popolazione – in calo in alcune aree e statica od in leggero aumento in altre – è stimata in 3.500-7.500 esemplari. Questa specie è inserita inoltre nell’Appendice I della Convenzione sui cambiamenti climatici (CMS), che impone agli Stati dell’areale di adottare misure rigorose per la loro protezione.
Il leopardo delle nevi
I leopardi delle nevi vivono nelle regioni montuose di ben 12 Paesi asiatici ad un’altitudine compresa tra i mille ed i cinquemila metri e prediligono habitat scoscesi, accidentati e con bassa vegetazione. Considerati specie chiave per il loro ruolo nel mantenimento dell’integrità biologica degli ecosistemi montani, sono oggi particolarmente minacciati dai cambiamenti climatici, dal bracconaggio, dal sovrapascolo e dalla riduzione delle loro prede.
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L’argali
L’argali, nota per le sue lunghe corna a spirale, è la più grande pecora selvatica vivente ed è stata classificata come “prossima alla minaccia” nella Lista rossa Iucn. La CMS ha invece inserito questa specie nell’Appendice II, che include le specie migratorie in stato di conservazione sfavorevole e necessitanti di una cooperazione internazionale per la loro conservazione. Gli argali sono presenti in Tibet, nell’Himalaya e in altre catene montuose di vari Paesi dell’Asia centrale, ma il loro areale di distribuzione risulta molto frammentato. All’interno di quest’ultimo il loro pascolo ciclico ha effetti positivi sul foraggio e sui processi ecosistemici, senza dimenticare che questi ungulati rappresentano le principali prede di leopardi delle nevi e lupi. Il bracconaggio, il pascolo intensivo (che li costringe a migrare verso altitudini più elevate), il degrado del loro habitat e la diffusione di malattie infettive (dovuta all’aumento delle temperature ed alla sempre maggior vicinanza con il bestiame domestico) costituiscono le principali minacce per la sopravvivenza di questa specie. “Le catene montuose asiatiche sono particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici, rappresentando un’ulteriore minaccia per l’argali. Il ritiro dei ghiacciai e la diminuzione dell’approvvigionamento idrico e dell’accumulo di acqua sotto forma di ghiaccio e neve con l’aumento delle temperature potrebbero avere effetti dannosi sugli habitat della fauna selvatica in quest’area”, commentano gli organizzatori del progetto.
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Il cervo di Bukhara
Il cervo di Bukhara è una sottospecie del cervo rosso del Tarim ed è diffuso in Afghanistan, Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan. Dopo il grande pericolo corso negli anni Sessanta a causa delle pressioni antropiche, varie azioni di conservazione hanno consentito una crescita della popolazione di questa sottospecie (3.735-3.900 esemplari nel 2020), che è comunque inserita nell’Appendice I e II del CMS.
Il cervo di Bukhara vive prevalentemente lungo le rive dei fiumi e nelle pianure alluvionali con foreste ripariali. Questi grandi erbivori, che attraverso il pascolo selettivo, la brucatura e la scortecciatura influenzano la crescita delle piante, la composizione delle specie e la struttura della vegetazione, non occupano areali troppo estesi ma in condizioni ambientali avverse sono costretti alla migrazione. La foresta di tugai, ad esempio, un ecosistema una volta diffuso nelle pianure alluvionali e nelle valli delle regioni aride dell’Asia centrale, è sempre più a rischio a causa della deforestazione e dell’agricoltura intensiva.
“Nonostante i numerosi successi nelle azioni di conservazione, il cervo di Bukhara è ancora vulnerabile a minacce come il bracconaggio, il commercio illegale e il degrado dell’habitat – spiegano i promotori del CAMSA – come per molti altri ungulati dell’Asia centrale, la competizione con il bestiame per i pascoli, insieme al rischio associato di trasmissione di malattie, rappresenta una minaccia significativa per il cervo di Bukhara. La frammentazione dell’habitat, così come barriere come recinti e strade, limitano la mobilità del cervo, esponendolo al rischio di consanguineità tra popolazioni di cervi separate, riducendo così la variabilità genetica”.
Lo stambecco asiatico
Un’altra specie inserita nel progetto è lo stambecco asiatico, ampiamente diffuso nell’Asia centro-meridionale e riconoscibile per la corporatura robusta e le imponenti corna. “Prossimo alla minaccia” seconda la Lista rossa Iucn, questo migratore stagionale – che predilige le praterie alpine aperte, i terreni rocciosi ed i dirupi sugli altipiani tra i 1.500 ed i 6.000 metri – è la principale preda del leopardo delle nevi e del lupo in molte regioni, crea relazioni simbiotiche con varie specie di uccelli (che lo liberano dai parassiti) ed ha un impatto positivo sugli ecosistemi.
Oltre al bracconaggio ed ai pascoli, i cambiamenti climatici rappresentano una forte minaccia per questa specie particolarmente sensibile al riscaldamento globale. “I principali fattori che influenzano la sopravvivenza dello stambecco asiatico sono i cambiamenti nelle precipitazioni, nella temperatura e nel vento. Nel Pamir, ad esempio, il complesso ecosistema è altamente sensibile al cambiamento climatico. Con il clima più caldo e l’aumento delle precipitazioni, i ghiacciai si stanno ritirando più rapidamente, compromettendo le fonti idriche affidabili, con un impatto diretto sulle comunità vegetali e animali”, spiegano gli organizzatori del CAMCA.
Il maral del Tian Shan
Il maral del Tian Shan è una sottospecie di wapiti che predilige praterie fredde e regioni montuose aperte, diffuso sugli altipiani della Mongolia, nella Siberia meridionale e sui monti Altaj e Tian Shan in Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Cina.
Oltre ad esser preda di vari animali quali il leopardo delle nevi, gli orsi bruni e i lupi, questo grande erbivoro svolge un importante ruolo ecosistemico, ma è minacciato dalle variazioni stagionali delle temperature e delle precipitazioni e dalle condizioni climatiche estreme. Il freddo intenso o la siccità limitano la disponibilità del foraggio, mentre le sue grandi dimensioni lo rendono più soggetto agli stress da calore ed agli attacchi parassitari. La frammentazione dell’habitat, il bracconaggio e la competizione col bestiame rappresentano altri pericoli per questa sottospecie, che potrebbe essere più minacciata del wapiti, classificato nella categoria di “preoccupazione minima” nella lista rossa dell’Iucn. In Kirghizistan è garantita la sua protezione grazie al turismo naturalistico promosso da una ong a Chon Khemin, mentre in Kazakhistan è diffuso il turismo venatorio sportivo regolamentato.
L’orso bruno di Tian Shan
Infine, ampiamente distribuito in tutta la regione è l’orso bruno di Tian Shan, una sottospecie di orso bruno che vive in pianure ed altipiani da mille a 4.700 metri di altitudine. Importante quale predatore ed anche per la fertilizzazione delle foreste e la pulizia del territorio dalle carcasse, risulta vulnerabile al cambiamento climatico, che potrebbe anche influenzare le modalità di distribuzione della sua popolazione, nonché la sua biologia ed in particolare il letargo.
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“Negli ultimi decenni in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, la popolazione di orsi è riuscita a riprendersi in molte aree, beneficiando anche dell’abbandono di villaggi remoti e del conseguente più facile accesso a frutteti semi-selvatici con alberi da frutto e noci. Tuttavia, ciò ha anche portato a conflitti in alcuni villaggi che dipendono dalle stesse risorse e quindi gli orsi sono visti come concorrenti. Gli incontri occasionali tra umani e orsi creano situazioni pericolose per entrambi”.
Il progetto CAMCA prosegue il suo lavoro per la tutela di queste magnifiche specie simbolo.
[Credits foto © 硝破 su Pixabay]
