Il fast fashion ha un alto impatto ambientale e causa inquinamento e spreco di risorse, la guida di Greenpeace ci aiuta a conoscerlo meglio
Ogni anno, nella sola Unione europea (Ue), oltre 5 milioni di tonnellate di capi d’abbigliamento finiscono velocemente per esser gettate tra i rifiuti. L’80% di questi è destinato ad inceneritori o discariche. È la triste conseguenza del fast fashion, ovvero la tendenza – non sostenibile – del settore moda, volta a produrre molto rapidamente grandi quantità di indumenti a basso costo.
“L’industria del fast fashion è tra i settori produttivi più inquinanti: consuma enormi quantità di risorse, produce montagne di rifiuti e danneggia la nostra salute e quella del pianeta. Conoscere le certificazioni tessili e il modo in cui vengono prodotti i tessuti è il primo passo per ridurre l’impatto ambientale del fast fashion: cambiare il modo in cui acquistiamo vestiti può fare la differenza per il pianeta!”, sostiene Greenpeace Italia, che promuove una petizione rivolta ai leader politici europei per mettere al bando questo trend devastante per l’ambiente, in favore di una moda etica e sostenibile.
Al contempo, la stessa onlus ambientalista ha redatto la guida “Oltre il fast fashion. Come vestirsi rispettando il pianeta”, uno strumento agile per far comprendere ai consumatori la portata di tale fenomeno ed invogliarli agli acquisti responsabili. Si tratta di una lettura utile, ricca sia di suggerimenti per individuare le certificazioni tessili più affidabili, sia di consigli pratici al fine di distinguere gli indumenti più inquinanti.
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Il problema del fast fashion
“Ogni secondo nel mondo un camion di indumenti viene bruciato o mandato in discarica. Il 25% dei capi di abbigliamento prodotti in tutto il mondo rimane invenduto e meno dell’1% dei vecchi abiti viene usato per produrre nuovi capi”, si legge nella guida.
Pensiamo solo ai resi gratuiti online dopo l’acquisto sui più famosi e-commerce, con gli abiti scartati che percorrono fino a 10mila chilometri e restano nella maggior parte dei casi invenduti: una pratica molto frequente che comporta l’emissioni di quantità notevoli di gas serra, con danni enormi per l’ambiente e la nostra salute.
Distruzione prodotti tessili, un problema per l’ambiente
In più, stentiamo a renderci conto che ogni giorno indossiamo materiali scadenti e inquinanti, perché più del 60% delle fibre tessili degli abiti del fast fashion sono ricavate da materiali sintetici come il poliestere, ovvero un derivato dei combustibili fossili. “Le conseguenze? Gli abiti, tramite gli scarichi, a ogni lavaggio rilasciano migliaia di microplastiche nell’ambiente, nei mari, nei fiumi e nell’aria alimentando una spirale inquinante senza fine”, spiega la guida.
Non va meglio sul fronte dei diritti umani: la moda ultrarapida, che per il processo produttivo riguarda in primis i Paesi in via di sviluppo, è infatti sinonimo di lavoratori sottopagati ed esposti a sostanze pericolose, quali coloranti e solventi, con rischi enormi per la loro salute.
Riconoscere i capi eco-friendly
Gli acquisti più responsabili passano da un’adeguata conoscenza delle modalità di produzione di un tessuto e dell’impatto ambientale delle materie prime utilizzate.
Le fibre sintetiche ottenute dai combustibili fossili richiedono molta energia e rilasciano inquinanti pericolosi. Una delle più utilizzate è il poliestere, che non è biodegradabile e rilascia microplastiche inquinanti nell’ambiente destinate anche a risalire la catena alimentare, senza dimenticare che gli abiti realizzati in tale materiale tendono ad accumularsi in enormi discariche nei Paesi in via di sviluppo. “In alcuni casi, questi vestiti vengono bruciati per riscaldare l’acqua dei lavatoi esponendo le persone a sostanze chimiche pericolose”, specifica la guida. Anche gli indumenti in poliestere riciclato, ricavati da bottiglie di plastica PET usate o da plastica raccolta dai mari, rilasciano microplastiche negli scarichi ed a loro volta non sono riciclabili. Non sono biodegradabili e rilasciano microplastiche pure il nylon e l’acrilico.
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Le fibre cellulosiche artificiali, invece, vengono prodotte a partire da materie prime naturali come la cellulosa, trasformate però chimicamente con sostanze che inquinano aria ed acqua e risultano nocive pure agli addetti alla produzione. La viscosa, ad esempio, ottenuta dall’unione della cellulosa del legno con soda caustica, solfuro di carbonio e acido solforico, deriva da un processo produttivo tutt’altro che sostenibile, perché ogni anno comporta l’abbattimento di oltre 200 milioni di alberi, il cui legno proviene spesso da boschi antichi. Gli impatti possono essere ridotti solo se la cellulosa viene lavorata in un sistema a ciclo chiuso per la produzione di fibre quali lyocell e tencel.
Le fibre naturali sono invece quelle di origine vegetale od animale, non necessariamente però “virtuose”. Il cotone convenzionale, ovvero il secondo materiale più utilizzato dall’industria della moda dopo il poliestere, è un punto fermo di molte economie dei Paesi in via di sviluppo ma provoca danni ambientali a causa dell’utilizzo di notevoli quantità di acqua, sementi OGM, pesticidi e fertilizzanti. Notevoli sono anche gli impatti sociali, visto il largo impiego di manodopera minorile. Preferibile al cotone convenzionale è dunque quello biologico certificato, che purtroppo rappresenta solo l’1,4% del totale, il cui utilizzo prevede un minore impiego di pesticidi e insetticidi, oltre al vantaggio della protezione dei diritti, della sicurezza e della salute dei lavoratori grazie ai suoi sistemi di certificazione.
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Non richiede l’uso di sostanze chimiche aggiuntive pure il cotone riciclato, che si rivela un punto di forza per l’economia circolare della moda pur mantenendo alcuni piccoli difetti, come la non riciclabilità all’infinito.
La lana è un tessuto biodegradabile e durevole (quindi si usa più a lungo, si lava di meno e si ricicla di più) ma non è priva di problematiche, in primis per il consumo di acqua, l’uso di sostanze chimiche e lo sfruttamento del suolo e degli animali. Si rivela ottima la lana riciclata, che non richiede tinture aggiuntive e si ottiene con processi che consumano poca acqua e non richiedono sostanze chimiche. Pure il lino richiede un uso di minimo di acqua, fertilizzanti e pesticidi, ma rappresenta solo l’1% della quota di mercato mondiale delle fibre tessili. Si tratta di un tessuto resistente, lucente e che si ammorbidisce con l’uso.
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La juta è una fibra tessile naturale biodegradabile al 100%, ha un impatto ambientale molto basso e non compromette la salute del suolo e delle acque, mentre anche la coltivazione del ramiè si caratterizza per la sua sostenibilità. Infine ecco la seta, nota quale tessuto di lusso e apprezzata per la fluidità al tatto, che pur rappresentando solo lo 0,1% del mercato tessile globale ha un valore commerciale di miliardi di dollari. Biodegradabile ed a basso impatto ambientale, alcuni dei suoi tipi (ad esempio l’Ahimsa) prevedono pure l’estrazione dei filamenti senza l’uccisione del baco.
Le certificazioni
Gli acquisti responsabili non possono prescindere dalla scelta di capi certificati da enti affidabili. Una delle certificazioni più complete è il Global Organic Textile Standards (GOTS), che copre l’intera filiera tessile ed include criteri ambientali e sociali. Tra questi la provenienza da agricoltura biologica delle fibre tessili, il risparmio energetico ed idrico nel processo produttivo e la tutela dei lavoratori, con le aziende che sono sottoposte ad ispezione regolari ed indipendenti.
L’IVN Best è invece la certificazione più rigorosa sul mercato in materia di fibre naturali biologiche, mentre la Naturland Textile, nata in ambito alimentare, ha esteso i suoi criteri molto rigorosi pure al tessile biologico, garantendo un prodotto finale realizzato almeno al 95% con fibre naturali, oltre che il rispetto di numerosi altri standard ecologici. Tra le altre certificazioni spicca l’Oeco-Tex Made in Green, che copre tutti i tipi di fibre tessili ed è la più rigorosa per quel che concerne l’utilizzo di sostanze chimiche.
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Consigli per un guardaroba sostenibile
La guida dedica un capitolo ai consigli pratici per la gestione “green” del guardaroba, perché molto spesso in armadi e cassetti troviamo più di quel che ci serve e non consideriamo che tutto può essere riutilizzato, riparato, donato o venduto.
Per prima cosa ognuno potrebbe provare a far ordine nel proprio armadio seguendo i semplici principi del decluttering di Marie Kondo. Tenere ed usare ciò che ci piace di più ed indossiamo regolarmente; mettere da parte i capi che potrebbero essere riadattati, riparati o riciclati; separare gli indumenti che non utilizziamo più ma potrebbero essere donati, scambiati, regalati o venduti: seguendo queste semplici indicazioni il nostro guardaroba sarà davvero amico del Pianeta.
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Un altro consiglio è quello di ridurre le onnipresenti tentazioni dell’invadente e nocivo fast fashion usa e getta, ad esempio eliminando le app della moda ultrarapida dal telefono, annullando le iscrizioni alle newsletter dei marchi che invitano agli acquisti impulsivi, riducendo il tempo sui social media e limitando l’acquisto di nuovi prodotti in favore di altre opzioni praticabili.
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La guida invita inoltre a scoprire il mondo del second-hand e del vintage, perché l’abbigliamento di seconda mano fa risparmiare, riduce gli sprechi, prolunga il ciclo di vita degli indumenti ed inoltre consente di trovare pezzi unici di alta qualità. Greenpeace suggerisce quindi di consultare app e siti dedicati all’usato, di organizzare swap-party con gli amici e di andare alla ricerca dei mercatini e dei negozi vintage.
Infine, un’altra ottima e virtuosa pratica è quella di riparare i vestiti, dandogli una seconda vita e diminuendo così i rifiuti. Per adottarla basta cucire i bottoni, rammendare i piccoli strappi, riutilizzare tessuti di vecchi capi per personalizzarne altri ed in ultima battuta rivolgersi ad un sarto o ad un servizio di riparazione specializzato.
Nel nostro piccolo possiamo far molto per ridurre inquinamento e sprechi, tutelando la nostra salute e quella del Pianeta: basta solo una coscienza “green” ed un pizzico di buona volontà.
[Credits foto: beart-presets su Pixabay]

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